Mio o Tuo?

Lui è MIO! Lei è MIA!

In questo periodo ho riflettuto molto in merito all’uso che facciamo di aggettivi e pronomi possessivi e riguardo ai sentimenti di desiderio e paura che si celano dietro queste minuscole paroline. Il nostro lessico è strutturato su parametri che ci portano a costruire frasi come: lui è mio figlio, lei è la mia ragazza, lui è mio amico.

Ci sviluppiamo con l’idea che perfino le persone siano nostre. Non è così?
Trasliamo semplicemente questa crescente ingordigia di cose sugli esseri viventi che ci circondano, oppure il fenomeno è sempre esistito?

Con tutta sincerità, nella mia vita ho sperimentato quanto sia deleterio sostenere un rapporto fondato sulla smania di possesso e sulla paura di non appartenere a qualcuno o qualcosa.

La minestra è sempre la stessa, se riscaldata poi… beh, il finale lo sapete già: lo dicono le mamme, le nonne, non io. La parte ironica di questa faccenda risiede nel fatto che realizziamo tutto sempre a posteriori, durante quei famosissimi circhi mentali che iniziano con un colorato e filosofico “Eh, col senno di poi…”. Sì, bravissima, col senno di poi ci sei arrivata, ma col senno di prima avresti tribolato un pò meno: ça va sans dire.

Dai, pensiamoci bene e diciamoci la verità: ci può capitare, almeno una volta nella vita, di prolungare una relazione solamente per paura di restare soli oppure per il desiderio inconscio di far parte necessariamente di qualcosa. Ci adagiamo sulla routine per evitare un confronto con noi stessi scegliendo di non scegliere. Sta di fatto che, per qualche ragione contorta, concepiamo l’altra persona come nostra: per amore? Affetto? Abitudine? Perché talvolta ci fissiamo su una strada e pensiamo che sia l’unica possibile?

Ci costruiamo un bel labirinto, delle belle catene resistenti e tutto questo perché, essere di qualcuno, in fondo in fondo, ci conforta e ci allevia il timore di restare con un pugno di mosche in mano. Soli. Essenzialmente.

Perché dovrei pensare che qualcuno sia mio? Perché la nostra mente
è così attratta dal meccanismo di porre limiti e gestire proprietà?
Forse siamo capitalisti nell’anima e, barcamenanti in una società che disgusta la solitudine e che ci spinge a condividere in maniera compulsiva, tentiamo assiduamente di accumulare, gestire, pubblicare, controllare cose e persone che riteniamo nostre, con il disperato scopo di allontanarla quella maledetta solitudine.

Lo sai bene che in questo spazio puoi pensarla come vuoi, ormai è chiaro, siamo nel bel mezzo di una riflessione aperta: tra l’altro, giusto per onestà intellettuale, io non ho la soluzione definitiva a tutti i quesiti di questo articolo. La pulce danza libera nel mio orecchio ed io, in pratica, sono la tua pulce.

Ma torniamo a noi: amo l’idea di avere un complice, amo vederlo stare bene e, nel mio caso specifico, amo la tipologia di rapporto onesto, aperto e consapevole che stiamo costruendo, ma se mi fermo a pensare profondamente all’amore che provo per lui e alla possibilità che in futuro lui possa scegliere di vivere la sua felicità lontano da me, realizzo quanto l’importanza del suo benessere sia di gran lunga superiore rispetto al valore dell’aggettivo possessivo che gli affibbio oggi, che gli affibbierei domani o che inconsciamente vorrei affibbiargli sempre. Diciamocela tutta: soffrirei come un cane, non sono qui a fare l’illuminata della situazione, ma l’amore non ha a che fare con la libertà?

Non sono madre e non conosco il peso specifico delle viscere che legano un genitore a un figlio, ma azzardo la stessa domanda: l’amore non ha a che fare con la libertà?

Quando un genitore sceglie di spingere un figlio verso la strada che, in cuor suo, vorrebbe tracciargli, sta davvero rispettando la sua libertà? Fino a che punto un figlio è nostro?

Nel mio piccolo, credo che la libertà abbia a che fare con la consapevolezza: siamo liberi quando siamo consapevoli di ciò che stiamo scegliendo e, se tutti agissimo consapevolmente, decadrebbe questo bisogno incoscio (o meno) di porre limiti, condizioni, di imporre la propria visione del mondo e anche il linguaggio, probabilmente, rispecchierebbe una mentalità più flessibile e aperta.

Le parole rappresentano lo scheletro della nostra realtà e, l’uso incosapevole che spesso ne facciamo, può manifestare quanto inconsapevolmente viviamo.

Pubblicato da giuliaterenziblog

Sono Giulia, il mio spirito è libero. Sono curiosa di tutto, sempre alla ricerca, sempre in ascolto. La scrittura mi accompagna da quando sono bambina come una sorella, come un angelo custode...

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