Sono inutile se non genero utile

Lo so, lo so, probabilmente stai pensando: “Che titolo esagerato, catastrofico, tragico!”.

Ormai mi conosci: devo sempre disturbarti in qualche modo.

Stavo pensando a questa frase qualche giorno fa e, ad essere sincera, l’input è nato da una conversazione densa e carica di energia con l’artista e attivista Chiara Scolastica Mosciatti. Grazie Chiara.

Perché ci sentiamo più degni, in qualità di esseri umani, in base a quanti soldi incassiamo? Perché l’unica formula per sentirsi adeguati, in questo mondo, sembra risiedere nel guadagno? E come mai, se non genero utile, corro un alto rischio di sentirmi frustrata, depressa o immeritevole della vita che mi è stata donata?

Ho sparato molte bombe oggi, me ne rendo conto, abbi pazienza.

Questo eccessivo consumismo ci ha incastrato in un loop senza fine, nel quale esistiamo solo se acquistiamo, mostriamo, condividiamo e quindi dimostriamo.

È una corsa insana, durante la quale tutti, prima o poi, ci sentiamo obbligati a mantenere standard più o meno elevati per sentirci maggiormente degni del nostro posto in questo universo. Ma mi sorge un dubbio (strano!): il fatto che esisto, respiro e per di più ho la capacità di riflettere e provare emozioni, non mi rende già totalmente degna della casella che occupo in questo pezzo di storia?

A questo punto, potresti anche aver pensato: “Beh, allora stiamo tutti a casa a cazzeggiare!”

Ottima osservazione, ma scaviamo più a fondo per favore: sono convinta che stare a casa a grattarci le rispettive ovaie o i rispettivi zebedei non sia fruttuoso per la nutrizione del nostro spirito. Per nulla. Sono altresì certa che viviamo in una società troppo legata all’utile, talmente legata che qualora fossi, per un periodo della mia vita, un soggetto che non genera utile, correrei un’alta percentuale di rischio di cadere in una frustrazione profonda. 

Siamo passati da donne che lavoravano in quanto mamme (e non credo esista un lavoro più duro), a mamme che, se non lavorano, si sentono in colpa e piangono perché si ritengono inutili.

Fino a qualche anno fa si viveva con pane, uova, natura, ma si viveva.

Abbiamo trasferito le nostre gioie su piattaforme social cercando di nascondere e quindi di annientare le nostre sofferenze, perché se non le pubblico non esistono. Certo, come no!

Ci hanno detto di fare carriera, di essere qualcuno, di non lasciare quel lavoro sicuro e poi, dentro, appassiamo. Lentamente. Inevitabilmente.   

Illustrazione di Monica Seri

Siamo utili anche se non generiamo utile, ok? 

Perciò, visto che so bene che non si campa più di baratto, sappi che anche tu, se in questo preciso momento della tua vita non stai generando utile, non hai nulla da vergognarti, anzi, meriti di essere qui! Ti dirò di più: prova a fare qualche passo all’aria aperta, vicino a casa, cercando di prestare attenzione a ciò che ti circonda. Inizierai a cogliere, come per magia, dettagli del tuo presente che non avevi mai notato prima: quell’albero dietro casa, l’hai mai osservato? La vicina un po’ sulle sue, la saluti? La pioggia che ti scorre davanti agli occhi, l’hai mai ascoltata? L’aria fredda che ti pizzica le guance, l’hai mai sentita veramente? Le foglie, i bambini, la strada, gli odori, il sole… già, il sole.

Illustrazione di Monica Seri

Quando sono oberata di pensieri e la mia testa vaga tra rumori negativi, tossici e pesanti, esco a fare due passi e dico a me stessa: “Lu (soprannome del quale ignoro l’origine), fai attenzione!“.

Sembro pazza, non hai tutti i torti, ma te lo assicuro: funziona.

Dopo questo caldo invito alla me distratta, inizio ad accorgermi di dettagli che non avevo mai colto prima: un ramo dalla forma particolare, foglie colorate, bimbi giocosi, visi tristi, profumi succulenti.

C’è una bella differenza tra fare una passeggiata e vivere una passeggiata: la differenza è vivere.

Illustrazione di Monica Seri

Se prestiamo attenzione impariamo a vivere: vivere secondo i nostri valori e non secondo quelli che ci propinano, ci rifilano, ci tramandano, perché quelli sono necessariamente di altri, non i nostri. Non sbagliati, non giusti, sono semplicemente valori di altri. E tutti gli altri sono diversi da te.

Ossigena il tuo tempo e il tuo spazio con attenzione verso il presente, abbi cura della compagnia di cui ti circondi, selezionala bene, basati sull’energia che ti senti scorrere nelle vene. Ama la tua di compagnia, abbracciati ogni tanto, accarezzati. Impara a dire di no, non puoi arrivare dappertutto, non devi. La vita è così imprevedibile: non ossessionarti col pensiero di dover controllare ogni cosa. Non serve. Fai attenzione al respiro che ti sveglia la mattina, al corpo che ti accompagna fino a sera.

Sì, proprio Tu: fai attenzione, con calma, un passo alla volta, costruisciti la tua passeggiata. E soprattutto goditela, goditela a fondo questa passeggiata!

Mio o Tuo?

Lui è MIO! Lei è MIA!

In questo periodo ho riflettuto molto in merito all’uso che facciamo di aggettivi e pronomi possessivi e riguardo ai sentimenti di desiderio e paura che si celano dietro queste minuscole paroline. Il nostro lessico è strutturato su parametri che ci portano a costruire frasi come: lui è mio figlio, lei è la mia ragazza, lui è mio amico.

Ci sviluppiamo con l’idea che perfino le persone siano nostre. Non è così?
Trasliamo semplicemente questa crescente ingordigia di cose sugli esseri viventi che ci circondano, oppure il fenomeno è sempre esistito?

Con tutta sincerità, nella mia vita ho sperimentato quanto sia deleterio sostenere un rapporto fondato sulla smania di possesso e sulla paura di non appartenere a qualcuno o qualcosa.

La minestra è sempre la stessa, se riscaldata poi… beh, il finale lo sapete già: lo dicono le mamme, le nonne, non io. La parte ironica di questa faccenda risiede nel fatto che realizziamo tutto sempre a posteriori, durante quei famosissimi circhi mentali che iniziano con un colorato e filosofico “Eh, col senno di poi…”. Sì, bravissima, col senno di poi ci sei arrivata, ma col senno di prima avresti tribolato un pò meno: ça va sans dire.

Dai, pensiamoci bene e diciamoci la verità: ci può capitare, almeno una volta nella vita, di prolungare una relazione solamente per paura di restare soli oppure per il desiderio inconscio di far parte necessariamente di qualcosa. Ci adagiamo sulla routine per evitare un confronto con noi stessi scegliendo di non scegliere. Sta di fatto che, per qualche ragione contorta, concepiamo l’altra persona come nostra: per amore? Affetto? Abitudine? Perché talvolta ci fissiamo su una strada e pensiamo che sia l’unica possibile?

Ci costruiamo un bel labirinto, delle belle catene resistenti e tutto questo perché, essere di qualcuno, in fondo in fondo, ci conforta e ci allevia il timore di restare con un pugno di mosche in mano. Soli. Essenzialmente.

Perché dovrei pensare che qualcuno sia mio? Perché la nostra mente
è così attratta dal meccanismo di porre limiti e gestire proprietà?
Forse siamo capitalisti nell’anima e, barcamenanti in una società che disgusta la solitudine e che ci spinge a condividere in maniera compulsiva, tentiamo assiduamente di accumulare, gestire, pubblicare, controllare cose e persone che riteniamo nostre, con il disperato scopo di allontanarla quella maledetta solitudine.

Lo sai bene che in questo spazio puoi pensarla come vuoi, ormai è chiaro, siamo nel bel mezzo di una riflessione aperta: tra l’altro, giusto per onestà intellettuale, io non ho la soluzione definitiva a tutti i quesiti di questo articolo. La pulce danza libera nel mio orecchio ed io, in pratica, sono la tua pulce.

Ma torniamo a noi: amo l’idea di avere un complice, amo vederlo stare bene e, nel mio caso specifico, amo la tipologia di rapporto onesto, aperto e consapevole che stiamo costruendo, ma se mi fermo a pensare profondamente all’amore che provo per lui e alla possibilità che in futuro lui possa scegliere di vivere la sua felicità lontano da me, realizzo quanto l’importanza del suo benessere sia di gran lunga superiore rispetto al valore dell’aggettivo possessivo che gli affibbio oggi, che gli affibbierei domani o che inconsciamente vorrei affibbiargli sempre. Diciamocela tutta: soffrirei come un cane, non sono qui a fare l’illuminata della situazione, ma l’amore non ha a che fare con la libertà?

Non sono madre e non conosco il peso specifico delle viscere che legano un genitore a un figlio, ma azzardo la stessa domanda: l’amore non ha a che fare con la libertà?

Quando un genitore sceglie di spingere un figlio verso la strada che, in cuor suo, vorrebbe tracciargli, sta davvero rispettando la sua libertà? Fino a che punto un figlio è nostro?

Nel mio piccolo, credo che la libertà abbia a che fare con la consapevolezza: siamo liberi quando siamo consapevoli di ciò che stiamo scegliendo e, se tutti agissimo consapevolmente, decadrebbe questo bisogno incoscio (o meno) di porre limiti, condizioni, di imporre la propria visione del mondo e anche il linguaggio, probabilmente, rispecchierebbe una mentalità più flessibile e aperta.

Le parole rappresentano lo scheletro della nostra realtà e, l’uso incosapevole che spesso ne facciamo, può manifestare quanto inconsapevolmente viviamo.

Certe crisi son soltanto Segno di qualcosa dentro

Fermati, proprio così, fermati un attimo.

Certe crisi son soltanto

Segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire”

Grazie al maestro Guccini per questa poesia, vi invito ad ascoltarla.

Il mio corpo ha parlato tante volte, urlato milioni di volte, spinto la mia mente a implorarmi: Fermati, rifletti, perché ti sta succedendo questo? Ma non siamo stati educati all’attesa, all’accogliere una crisi, nessuno ci ha insegnato che non c’è nulla di male nello stare male, non è sbagliato sentirsi deboli, spaesati, impotenti. Nessuno ha mai veramente esplorato le ragioni di un pianto dietro un banco di scuola, le motivazioni di un atteggiamento aggressivo, schivo, iperattivo. Non c’è abbastanza tempo. Nessuno ci ha mai veramente chiesto: Perché ti senti così? Perché non ti fermi a pensare? Perciò non facciamoci una colpa se non conosciamo le regole del gioco, non dobbiamo.

Illustrazione di Monica Seri

Viviamo in una dimensione fatta di velocità, risultati, obiettivi, denaro… Chi ha tempo di andare alla ricerca delle ragioni di un malessere, chi ha tempo di scavare? Chi ha tempo per pensare? Dobbiamo superare tutto istantaneamente, roboticamente, meccanicamente, altrimenti rischiamo di non tenere il passo… e basta di piagnucolarti addosso! Non vedi? Non hai abbastanza tempo!

Viviamo in una società che ci vuole perfetti, smaglianti, brillanti, attivi, propositivi, in forma, belli, sorridenti, ubbidienti e… STI CAZZI?

Io mi sono sentita a terra diverse volte, mi sono sentita uno schifo, mi sono chiesta dove stessi andando, mi sono crogiolata su pensieri negativi e energia tossica, ho sbattuto i denti, la testa, le ossa e… VA BENE!

Ho allenato il mio corpo, la mia mente ad accettarmi bella, ma soprattutto ad amarmi brutta. Sì, mi amo quando sono brutta, bruttissima. Perché è proprio quando ci sentiamo brutti che abbiamo bisogno di tempo per abbracciarci, capirci, ossigenarci, analizzarci, esplorarci.

Illustrazione di Monica Seri

È proprio quando non ti riconosci che devi dedicare tempo a conoscerti.

Non credi?

Non c’è nulla di male nel pianto, nella spossatezza, nello sconforto, nella tristezza, il male arriva quando non prendiamo il tempo per conoscerci.

Ci vuole amore e cura nei confronti di sé stessi per chiedere aiuto. Ed è giusto chiederlo. Ci vuole respiro e pazienza per metabolizzare le ragioni di un sentimento negativo, una fase della vita sfidante, un fallimento che ci schiaccia i pensieri. Ci vuole spazio per l’analisi consapevole di ogni perché, ogni dettaglio, senza giudizio, senza severità verso sé stessi. Ci vuole coraggio per accettare e accogliere il male, l’ostacolo e la difficoltà come fonti di crescita personale e risorse per non restare in superficie, per non accontentarsi. Ci vuole attenzione verso la meraviglia che la vita ci offre senza chiedere nulla in cambio.

Diamoci spazio, diamoci tempo, diamoci una mano e non quando tutto va bene, ma soprattutto, quando è il male che ci sfida per farci capire che non dobbiamo mai smettere di imparare.

Imparare da noi stessi, imparare insieme a noi stessi.

Tabù Cosa

Che cos’è un tabù?

Secondo il mio bagaglio, è tabù qualche cosa che sa di proibito, interdetto, qualcosa che è meglio non dire, non sentire, non vedere. È tabù ciò che disturba la mia mente, i miei occhi, i miei valori, i miei ideali.

I miei appunto. I tuoi non lo so.

È tabù ciò che si ritiene immorale, anormale, eccessivamente fuori dal comune, dal buon costume.

InaccettabileGiusto.

ImmoralePuro.

Scandaloso – Normale.

La mia libertà finisce dove inizia la tua?

Chi ha abbastanza autorità per definire la fine? Chi ci indica dov’è l’inizio? E soprattutto, con quale criterio?

La mia visione di libertà è altra rispetto alla tua, magari per il semplice fatto che abbiamo un’età diversa oppure perché sei cresciuto in una casa e una famiglia differenti dalla mia. Azzarderei dire che anche nella stessa casa le visioni di libertà sono disparate.

Ciò non significa che la mia concezione è migliore. E nemmeno peggiore. È semplicemente altra.

Sono libero se percepisco un salario fisso o sono libero se svolgo il lavoro che amo?

Sono libero se posso baciare il mio compagno ovunque io sia oppure sono libero se non dovrò mai vedere mio figlio tornare a casa con il suo compagno?

Sono libero quando i confini non sono muri o sono libero quando torno dentro le mura della mia città?

Sono libero se il mio sesso non è motivo di discriminazioni oppure sono libero perché con il mio sesso ci pago la mia sopravvivenza?

Sono libero se non sono soggetto a un matrimonio combinato o sono libero proprio per il fatto che i miei genitori sceglieranno per me il consorte più adeguato?

Per non parlare di argomenti come: mestruazioni, razza, violenza, religione, autoerotismo… potrei creare una lista di soli macro temi che meriterebbero un’analisi più dettagliata sulla miriade di micro tabù da sviscerare.

I tabù esistono, ma non basta: i tabù divorano, succhiano, uccidono la nostra libertà, in quanto spesso ci inducono a rinnegare la nostra stessa autenticità.

I tabù sono un cancro subdolo, bastardo.

L’unico dovere che abbiamo non è capire dove inizia e finisce la nostra libertà, ma fare in modo che i muri vengano abbattuti proprio per eliminare le etichette e per far sì che tutti possano sentirsi liberi dall’essere etichettati.

Se rispettiamo la diversità che ci circonda, se la viviamo senza paura, se procediamo con onestà, se accogliamo i nostri fratelli e sorelle con le stesse braccia con le quali vorremmo essere accolti: siamo davvero certi che definire i confini della libertà di ciascuno di noi sia un atto necessario?

Paura uguale Pregiudizio

Laura è una giovane logopedista e a febbraio 2020 è partita per un’esperienza di tirocinio presso la clinica “Speech Care” di Lisbona. Il percorso lavorativo sarebbe dovuto durare fino a giugno, ma il Covid19 l’ha costretta a rientrare.

Mentre il virus si diffondeva subdolo per le vie del Bel paese, Laura si trovava in Portogallo a svolgere più o meno serenamente il suo lavoro in attesa di delucidazioni sul da farsi.

“Mi trovavo nella stanza dove solitamente svolgevo la terapia insieme a Barbara, una collega, la quale si era assentata un momento per chiamare il paziente successivo, un bambino balbuziente accompagnato dal padre. L’attesa si era fatta strana, più lunga del solito… ci aspettava una terapia normalissima, ma non capivo il perché il bambino tardasse così tanto ad entrare. Mentre mi perdevo nelle mie congetture mentali, Barbara si presentò nuovamente nella stanza con un sorriso alquanto nervoso e mi spiegò che aveva avuto problemi a convincere il padre a procedere con la terapia in quanto sono italiana.  

La logopedista gli aveva spiegato che ero a Lisbona già da un mese e che quindi non doveva preoccuparsi di eventuali contagi da Coronavirus, ma la diffidenza e il timore del padre si erano rivelati muri difficili da abbattere.”

Che cosa si prova a sentirsi discriminati per la prima volta Laura?

“In quel preciso momento non riuscivo nemmeno a capire se fosse la realtà, la mia collega non si esprimeva fluentemente in inglese, quindi ho sperato per qualche attimo di aver frainteso le sue parole poi, quando ho avvertito come un pugno la verità di quel discorso, mi sono sentita pervadere la testa e il corpo da un’infinità di emozioni contrastanti: mi veniva da piangere, ho cercato con tutte le mie forze di contenermi davanti a Barbara, mi sono sentita a disagio, fuori luogo, nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Avrei voluto solo risvegliarmi da quell’incubo e rendermi conto che nulla di tutto ciò era accaduto.

In seguito, ho raccontato l’episodio spiacevole alla direttrice del centro, la quale mi ha fatto notare che lei, volutamente, non comunicava mai ai pazienti la mia provenienza in quanto non voleva spaventarli.”

E quindi? L’incubo era realtà?

“Esattamente… il disagio sempre più forte, la rabbia mi investiva i pensieri, avrei voluto strapparmi via quel nodo nella gola e quel malessere nello stomaco che mi facevano sentire sbagliata.

Ho sperimentato per la prima volta il significato di non essere ben voluta a causa della mia razza e forse, proprio per questo, alle emozioni negative si sono affiancati anche sentimenti di altro tipo: ogni centimetro del mio corpo e della mia mente ha realizzato che cosa significa essere bloccati dentro le barriere del pregiudizio, ogni parte di me ha capito quanto fa male essere la causa della paura altrui.

Una lezione dal valore a dir poco smisurato: la vita mi ha preso a schiaffi, mi ha fatto svegliare bruscamente spazzando via anche il più piccolo dei preconcetti.

Ho indossato i panni di chi l’incubo lo vive quotidianamente, in ogni piccolo gesto, in ogni azione di routine, in ogni sguardo, screzio, difficoltà, lacrima.

Ho indossato questi panni per così poco e mi è servito così tanto.”

Quindi, dopo questo episodio, dicevi ai tuoi pazienti che sei italiana?

“Il centro mi ha chiesto di non riferire la mia nazionalità: mi sono sentita arrabbiata e fortunata.”

In che senso?

“Già, contrastante, eppure è così: era totalmente ingiusto non poter dire apertamente che sono italiana, in qualche modo mi sentivo in gabbia per ragioni che non dipendevano da me, ma dall’altro canto mi reputavo anche fortunata perché da italiana quale sono non possiedo dei tratti che smascherino la mia nazionalità a colpo d’occhio. Il non essere scoperta equivaleva a dire che nessuno avrebbe avuto paura di me e la cosa mi faceva sentire più sollevata, insomma, strano a dirsi, ma mi consideravo fortunata. Le persone di colore e gli asiatici sono subito riconoscibili, noi invece ci confondiamo bene nella mischia.”

E se fossi stata tu la madre del paziente?

“Questo è stato il contrasto che ho vissuto subito dopo. Continuavo a ripetermi: prova tu a stare nei panni di quel padre! Prova tu a fare il genitore quando tutti parlano di pandemia!

Forse anche io avrei reagito così, anche io avrei avuto paura e non sarei stata in grado di gestire la situazione in maniera razionale, proprio perché quando di mezzo c’è la salute di un figlio, nulla è più razionale.

Se mi dovesse succedere in futuro, nelle vesti di madre, probabilmente sarei più pronta a governare la paura, ma solamente perché, ad oggi, la vita mi ha riservato questa lezione che mi ha segnato e insegnato profondamente.”

E tu, ti sei mai sentito discriminato?

Perché non basta mai?

Ti sei mai chiesto se il Tempo che hai a disposizione ti basta?

Io sì, milioni di volte.

Tante volte mi sono lamentata di non averne a sufficienza, mi sono domandata se ci fosse un modo per guadagnarsi sberle di giornate da quarantotto ore.

Anche tu?

Allora parliamo la stessa lingua, la lingua della nostra società:”Lavoro, casa, casa, lavoro, incastra lo sport, corri dal figlio, incastra l’estetista, porta la figlia dalla nonna, la spesa quando la faccio, i capelli quando me li taglio, l’amica mi ha chiesto di uscire, sono stravolta, ma devo andare…”. Vi assicuro che la lista è infinita, ma eviterei di rendere l’articolo noioso.

Una fretta costante e sottile che ci fa stare sempre sull’attenti, sul filo del rasoio, e soprattutto mai pienamente soddisfatti, appagati, mai totalmente rilassati.

Si disperdono energie vomitandole a caso su persone, situazioni, lavoro; perdiamo smalto facendo un milione di cose, sprecando una miriade di parole, pensando di poter arrivare ovunque, in ogni momento.

Dire di no nella nostra società di superuomini e superdonne è quasi un fallimento, una sconfitta. Dire di no ci fa temere di deludere l’altro, di non colmare le sue aspettative.

Provate per una volta a dire di no, non ne ho voglia, non ce la faccio, non riesco, questa volta passo: inizierete, come per magia, ad avvertire un leggero senso di liberazione, aria fresca, aria nuova che vi ricarica di energia positiva.

Se tante volte abbiamo la sensazione di non avere abbastanza tempo è perché, forse, non lo stiamo investendo nel modo giusto.

Il loop è inevitabile, ingestibile, interminabile: l’energia negativa accumula altra energia negativa, fatica, insofferenza, confusione, fretta, stress, invece, dopo essere riusciti a dire quel benedetto no, per una, due, tre volte, la nostra mente avrà più spazio da dedicare a un’attività che ci appaga di più, qualsiasi essa sia, anche un sano far nulla, purché rispecchi il frutto di un ascolto sincero di noi stessi.

Quante volte ci siamo costretti a cenare con persone che non ci fanno né caldo né freddo, parlare di cose che non ci interessano, quante volte abbiamo prolungato un lavoro spalmandolo su due ore invece di una, quante volte avremmo voluto dire di no a un compagno, un amico, sono stanco, non ne ho voglia, ma ci siamo comunque trascinati pur di non deludere le aspettative?

E per tutte queste volte: quanta energia abbiamo disperso, quanto tempo non ci siamo dedicati, quanto non ci siamo ascoltati?

Tempo Quando

Se avessi la possibilità di cambiare anche solo un evento del tuo passato, lo faresti?

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C’è chi vive la propria vita dentro un serpente che si morde la coda, con la convinzione che tutto ricominci dopo aver raggiunto la propria fine.

C’è chi vive la propria vita su una linea retta, sulla quale un evento si sussegue all’altro, fino al suo totale compimento.

C’è chi vivrà la propria vita su più dimensioni e magari il tempo sarà una dimensione fisica, tangibile, concreta.

Approcci così distanti, divergenti, lontani anni luce, ma con un fattore comune dominante: l’impossibilità di tornare indietro nel tempo.

Che sia ciclico, rettilineo, pluridimensionale, nulla consente all’esperienza umana di cambiare ciò che è stato, di tornare indietro, di invertire le carte in tavola.

Ma se avessimo davvero la possibilità di retrocedere, sarebbe questo il modo corretto di usare il nostro tempo?

Con molta probabilità, perderemmo la capacità di scegliere consapevolmente, perderemmo sicuramente il sapore del rischio, dell’attesa, dell’imprevisto, dell’istinto, dell’errore, perderemmo il sapore di tutto quanto, del senso, del non senso.

Il sapore di starci in questo mondo. In questo tempo.

L’ossessione costante dell’essere umano di voler prendersi gioco del tempo con la pretesa di rimbalzarci sopra come un dio onnipresente e onnisciente, non è forse il modo in cui il tempo stesso si prende gioco di noi?

A volte, sarebbe opportuno accettare che alcune cose devono accadere e basta: senza affanno, senza presunzione, senza angoscia.

Accoglierle, accettarle: alcune con un sorriso, alcune con qualche ferita.

Dovremmo planare sul nostro presente godendoci l’ora, liberandoci dal domani, ma soprattutto lasciando andare ciò che è stato, ieri.

Maschera e Poi

“Una volta poggiate tutte le maschere, che cosa resta?”

Tutto. Niente.

Può essere dilaniante, può essere anche confortante.

C’è chi non si riconosce affatto, c’è chi si sente completamente perso e non sa nemmeno come iniziarlo un dialogo con quell’estraneo allo specchio.

C’è chi negli anni ha concesso spazio e tempo alla propria natura con onestà e, al momento di poggiare le maschere, tira un sospiro di sollievo, si sente a casa, si sente al sicuro, insomma, si riconosce davvero.

C’è chi si osserva e non s’è mai visto prima, c’è chi, a causa di questo, prova il peso lacerante dell’annullamento, lì, sul petto, lì, dentro la gola, sì, proprio lì, dietro agli occhi, dappertutto come un grave macigno, come il peggiore dei veleni, come qualcosa che c’intossica, ci schiaccia, ci debilita.

C’è chi resta davanti allo specchio e accenna un sorriso di conforto, di gratitudine, di gioia velata, come a ringraziare sé stesso per contenere così dignitosamente un’anima che cresce in maniera autentica.

Tutto. Niente.

Spingersi fino alle viscere delle cose è sempre un rischio, ma non conosco altra modalità di Vivere se non questa.

Non rimarrei con un quesito irrisolto, non sfiderei il vuoto dell’inesperienza, dell’ignoranza, della noncuranza.

Conviene sempre metterlo quel dito nella piaga, farsi anche bruciare, ma andare a scovare tutte le ombre inesplorate, anche quelle più scomode, anche quelle più dolorose.

Conviene sempre rischiare di osservarsi e non essersi mai visti prima, almeno abbiamo un punto da cui partire e sicuramente tanto materiale su cui lavorare.

Quanto può essere faticoso scartabellare tra tutti i pensieri negativi e focalizzarci sulla bellezza di riconoscersi poco a poco.

Quanto può essere appagante però, accogliere quelle sensazioni negative, lasciarle depositare, digerirle con pazienza, metabolizzarle con calma.

Nessuno ci insegna come s’indossa una maschera, nessuno ci indica quale scegliere, nessuno ci suggerisce quando toglierla, nessuno ci rivela che cosa si prova a starne senza.

Siamo catapultati in un gioco di ruoli a tratti frenetico a tratti letargico: dobbiamo capirne il ritmo, il senso e nel frattempo imparare ad accettarne anche il non senso.

C’è chi al punto di poggiare le maschere ci è arrivato. C’è chi quelle maschere le indossa con consapevolezza. C’è chi ha rischiato di disperarsi davanti a quello specchio. C’è chi non ha avuto paura del labirinto che gli si figurava davanti. C’è chi dalla vita si fa travolgere coraggiosamente e delle viscere vuole sentirne il sapore, l’odore, tutto quanto.

E tu, cosa scegli?