A tutte le Donne

Prove spettacolo “Faber” di Simone Cesaroni e Giulia Terenzi

PRINCESA, FABRIZIO DE ANDRE

Sono la pecora sono la vacca
Che agli animali si vuol giocare
Sono la femmina camicia aperta
Piccole tette da succhiare

Sotto le ciglia di questi alberi
Nel chiaroscuro dove son nato
Che l’orizzonte prima del cielo
Ero lo sguardo di mia madre

Che Fernandinho è come una figlia
Mi porta a letto caffè e tapioca
E a ricordargli che è nato maschio
Sarà l’istinto sarà la vita

E io davanti allo specchio grande
Mi paro gli occhi con le dita
A immaginarmi tra le gambe
Una minuscola fica

Nel dormiveglia della corriera
Lascio l’infanzia contadina
Corro all’incanto dei desideri
Vado a correggere la fortuna

Nella cucina della pensione
Mescolo i sogni con gli ormoni
Ad albeggiare sarà magia
Saranno seni miracolosi

Perché Fernanda è proprio una figlia
Come una figlia vuol far l’amore
Ma Fernandinho resiste e vomita
E si contorce dal dolore

E allora il bisturi per seni e fianchi
Una vertigine di anestesia
Finché il mio corpo mi rassomigli
Sul lungomare di Bahia

Sorriso tenero di verdefoglia
Dai suoi capelli sfilo le dita
Quando le macchine puntano i fari
Sul palcoscenico della mia vita

Dove tra ingorghi di desideri
Alle mie natiche un maschio s’appende
Nella mia carne tra le mie labbra
Un uomo scivola l’altro si arrende

Che Fernandinho mi è morto in grembo
Fernanda è una bambola di seta
Sono le braci di un’unica stella
Che squilla di luce di nome Prinçesa

A un avvocato di Milano
Ora Prinçesa regala il cuore
E un passeggiare recidivo
Nella penombra di un balcone

A tutte le donne che hanno lottato e che lottano come guerriere per far risplendere la propria luce.

Credits:

Pianoforte: Simone Cesaroni

Voce: Giulia Terenzi

Mare e Gratitudine

Sono grata per le emozioni che ci rendono umani. E anche per quelle più scomode, per quelle più ruvide. Per l’onestà che si matura nel viverle. Sono grata alla mancanza di giudizio che ci consente di essere fragili. E alla fragilità che nella risalita ci rende più abili. A chi accetta di essere fragile, senza risparmio, senza vergogna. Sono grata a questo corpo, che non smette mai di rialzarsi, a questa mente che sogna.

Sono grata per l’aria fresca sulla pelle, aria che pizzica, aria ribelle. Sono grata per il suono dolce dell’acqua. Acqua gentile. Acqua che ti regala il desiderio di uscire. Di amare.

Sono grata a tutto ciò che è naturale. Ai valori gentili come fondamenta. A una rete sociale che supporta, incoraggia, accoglie, a una rete che non annienta. Sono grata al cambiamento continuo, costante, lento. Sono grata per esserci dentro. Sono grata a chi “No, non mi accontento”. Sono grata per questa fame di sapere, per questa ricerca di umanità, di una nuova società.

Sono grata per questo senso di responsabilità, senso di insieme, senso di comunità. Fratelli e sorelle, abbiamo tutti la stessa pelle. Pelle tatuata di ferite, carezze, schiaffi, baci, morsi, graffi, non importano le distanze. Il filo rosso ci collega e ci fa danzare su un equilibrio di speranze.

Sono grata per il riposo della mente, per il tempo in cui ci si focalizza sul presente. Sono grata al bello, disponibile ogni giorno e anche al bello che si può costruire tra la gente. Sono grata per questo spazio di gioia presente. Resta presente.

Il mare d’inverno è come un abbraccio di una nonna profumata, tenera, accogliente. Il mare d’inverno ha una dolcezza disarmante, per questo fa bene all’anima e alla mente. Senti solo pace. Il resto diventa niente. Il mare d’inverno mi ha insegnato tante cose, me le ha sussurrate pacatamente:

La fretta non ti porta a niente. La prima necessità è stare bene nel proprio corpo, prendersi cura della propria mente. Assicurarsi che il proprio centro sia protetto, non ci sia affanno, non ci sia inganno.

Rallenta il ciclo di pensieri, permetti che questi escano dai vicoli neri. Non c’è un posto peggiore se non nella nostra sola mente, dove il pensiero diventa gigante, e ci ingoia, incurante di quanto per noi sia pesante. Falli uscire come una fontana sgorgante, così che prendano forma, esternamente. Ora con quella forma puoi danzare, parlare, giocare. La puoi decifrare, comprendere: puoi farci tutto, puoi farci niente. Lei è fuori da te e sei tu a decidere come riempire il tuo presente.

Impara a fermarti e a chiederti “Ora, che cosa ho davvero voglia di fare?” Beh, ti pare banale? Prova a fermare la ruota in corsa che nessuno ci ha mai insegnato a governare. Prova ad assaporare il gusto di saperti fermare.

Usa con te stessa lo stesso tono di voce che il tuo migliore amico userebbe per chiederti “E ora, come ti senti? Che cosa posso fare per farti stare bene?” La Cura dovrebbe essere l’unica legge universale.

Ricordati che hai tante persone che ti amano al tuo fianco, pronte a tenderti la mano, disposte a correre in tuo aiuto. Ricorda che su quelle puoi sempre contare.

Non dare per scontato che gli altri comprendano le emozioni che dimorano dentro di te. Non restare chiusa nel tuo guscio aspettando che qualcuno ti venga a salvare. A volte pensiamo che gli anni di un rapporto determinino la capacità di codifica di un nostro pensiero interiore. Di fatto, è una pretesa colossale. Impara a chiedere aiuto, conforto, sostegno. Togli la corazza, lasciati andare. Non siamo qui per soffrire, siamo qui per amare.

Ricorda che in questa vita esiste solo Qui ed Ora, non prima, non dopo, solo Adesso. La Morte, unica regina, troneggia sorridente mentre noi qui in basso facciamo a gara a chi è più potente. Non prima, non dopo, Qui ed Ora. Rendi il tuo cammino lucente, divertente, appassionante, spiana la strada a chi verrà dopo di te, fa che questo sia un posto accogliente.

Punta sul Bene, azione quotidiana, costante. Punta su questa Terra, madre immancabilmente presente. Punta sull’educazione, il viaggio, la parola, l’umano, l’ascolto, l’unione.

Sii Rivoluzione.

Voi non potete fermare il Vento

Sento che ho un peso sul petto e che mi viene da piangere. A volte ho paura di essere un peso. Altre volte vorrei avere tutto chiaro dentro di me, un unico obiettivo, un’unica strada limpida, davanti a me. Spesso sento il dovere di trovare questa unica strada, ma io sono acqua.

Io sono acqua fluida e non voglio argini. Non voglio barriere, non voglio limiti, non voglio che qualcuno mi dica cosa è meglio fare, cosa si dovrebbe fare. Non voglio corsi accelerati per imparare qualsiasi cosa e male, non voglio guide per barcamenarsi in un mondo di competizioni malsane. Voglio essere, semplicemente. Lasciare che la vita accada, abbandonandomi per un pò al vento, il vento, che non si può controllare. Accogliere il fatto che non possiamo controllare niente, per fortuna, e va bene.

Allenta la presa. Ancora. E ancora di più.

In questo periodo ho accumulato tante emozioni. Emozioni mie, emozioni altrui. Le ho impastate tutte in un gomitolo incasinato come quello di mia nonna che in una pallottola ingarbuglia più fili diversi. Fili incomprensibili, meravigliosi, fastidiosi, un casino. E io mi sentivo di non avere tempo di scioglierli quei fili, ordinarli, osservarli, ammirarli. Fuori corrono tutti, devo correre anche io. Così questa pallottola è diventata gigante, i fili si sono attaccati al cuore, si sono incollati al petto, alla gola, ovunque. E mentre diventava gigante, il gomitolo si dimenava dentro di me, tirando i fili, scuotendoli, facendomi anche male. Solo buttare fuori, parlare, esprimere, fa allentare magicamente la tensione.

Fino a qualche giorno fa non riuscivo nemmeno a visualizzarli questi fili, non riuscivo a localizzare questa emozione mista d’ansia, oppressione, impotenza, non riuscivo a trovargli una posizione. Eppure l’avvertivo, faceva capolino ogni tanto, quasi a volermi dire “Hey, non mi puoi ignorare!”, ma io non volevo dargliela vinta, io dovevo continuare ad andare.

Correre tra le mura ti fa sbattere la faccia, prima o poi. E allora devi farci i conti per forza: ci devi fare i conti con la tua confusione, la strada sfocata, le battaglie per cambiare un mondo stantio, gigante, complesso, vecchio. Ci devi fare i conti con le chiusure mentali e nel frattempo con i cuori spalancanti, il bisogno di braccia aperte, di vomitare emozioni che non ti appartengono, ma che si annidano nel petto grazie a un’empatia che fa bene e che fa male. Ci devi fare i conti con la sofferenza che ascolti nelle storie di chi è stato lacerato di dolore a causa dei suoi stessi fratelli. Devi fare i conti anche con il senso di impotenza, di rabbia, di frustrazione, perché al potere c’è chi non ci dovrebbe stare e perché i soldi, così come sono spesi, equivale a mandarli a bruciare.

Sono in una società nella quale non mi riconosco, in un sistema che mi è estraneo, al quale non appartengo. Un sistema che, peraltro, mi appare irraggiungibile, talmente è in alto e capace di gestire ogni dettaglio come fossimo burattini in un teatro per manichini. Nel contempo, però, vorrei essere d’aiuto. Vorrei la rivoluzione. Senza costrutti, senza dogmi, senza finzioni. Vorrei una rivoluzione gentile. Vorrei essere in questo mondo con la mia naturalezza, i miei tempi, la mia autenticità. Vorrei porre radici in un luogo dove non mi sento oppressa, dove l’atmosfera è pacifica, accogliente, distesa.

Ci sono giorni in cui vorrei fuggire. Zaino in spalla e via. Più giorni sento che è il coraggio a muovere una rivoluzione culturale, il restare, il non mollare e lottare, perché l’abbiamo appena iniziata, nel mondo, la nostra rivoluzione culturale. Mi chiedo quanto coraggio sia necessario per annientare l’indifferenza verso tutto ciò che è divisione. L’indifferenza, il vero male.

Si tratta di ribaltare un sistema totale, un sistema in cui ha sempre vinto l’individualismo, la competizione, la guerra. Un sistema che non ci insegna a cooperare. Si tratta di cambiare mentalità, di fermarsi, informarsi, ascoltarsi. Si tratta di non accettare la passività, di cercarla la verità, di parlare e ammettere che questo mondo, così, non va più bene. Più conosciamo e più abbiamo la necessità di sentirci liberi di esprimerci esattamente come siamo, fuori da schemi e binari imposti per controllarci a dovere.

Mi sono sentita sbagliata in questa mia confusione, mi sono sentita incapace di corrispondere a una società che si alimenta ancora di competizione. Non ho mai accettato questo mio gomitolo ingarbugliato, troppo disturbante, troppo invadente, mi faceva sentire una buona a niente.

Oggi, ho deciso di raccontarla a parole, perché non mi voglio vergognare di niente.

Io, in realtà, sono acqua fluente. Non posso farci niente. L’acqua non fa distinzioni, abbraccia tutti gli esseri umani, non fa differenze. Non ha limiti, strade imposte, fluisce, sempre. L’acqua non ha una sola forma, ne ha mille, milioni. E le ama tutte, le rispetta tutte. Non può stare chiusa in un solo luogo, l’acqua scopre ogni angolo. Se è incazzata è maremoto, se è calma praticamente non si sente. Io sono acqua, semplicemente. Sono flessibile, sensibile, trasparente.

La rivoluzione è appena iniziata. Non chiudeteci nei vostri schemi. Non servirebbe a niente.

Voi non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo“. (Cit. De André)

Siate Acqua. Siate Vento.

Grazie maestro.

Non ho nulla da dire

Oggi mi sento come se tutti avessero qualcosa da dire. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

Onestamente non me ne vergogno. Mi sento un filo d’erba. Resto qua e vivo il mio sogno, il mio sogno fatto di dubbi, di sviluppi, di qualcosa che non so definire. Il mio sogno fatto di me che provo a restare autentica in una società che ti vuole vedere correre, una società che ti vuole commentare. Devi essere al top, essere smart, essere tutto alla potenza di tutto. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

Costante, martellante, pedante necessità di avere sempre qualche cosa da mostrare, perché altrimenti chissà se esisti, altrimenti è come se non conti, altrimenti non sanno chi sei e allora, forse, anche tu non lo saprai mai. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

Ci sono tante rivoluzioni in corso, in questa epoca, in questo pezzo di storia. Finora su questa terra abbiamo giocato a fare la guerra, ognuno si è preso donne, bambini, popolazioni e foreste intere, un confine, un mercato e guarda il risultato. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

Per salvare il salvabile vorrei chiedere ai veri potenti, quelli che fanno girare i soldi, quelli che alla fine decidono per tutti, di mettersi una mano sulla coscienza e di agire per il bene comune, un bene a lungo termine. Vorrei chiedere al Papa di stanziare più soldi per l’uguaglianza universale, perché altrimenti io non comprendo come si possa predicare Dio dall’alto di un trono mentre c’è chi muore senza aver scoperto che la vita è un dono. Vorrei chiedere ai politici di ritirarsi, se il loro scopo è quello di salvarsi la faccia, la carriera perché la politica è una missione, come fare il dottore, l’insegnante, il ricercatore. La politica è una cosa seria. Qualcuno diceva che il potere è cosa per filosofi, forse non aveva tutti i torti, forse aveva ragione. Io non so come facciate voi, voi che tirate le fila, ad andarvene a dormire tranquilli, sapendo che potevate fare di più, sapendo che con tutti quei soldi al sicuro, invece di finanziare guerre, avreste potuto sfamare un continente intero. Lo avreste potuto fare, sul serio. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

Sento una società ricca di disuguaglianza e rabbia repressa. Una società che ha bisogno di riscoprire l’essere umani, sgretolare lezioni frontali, voti banali, competizioni paradossali, perfezioni inesistenti, lavori alienanti, truffe svilenti, violenze aberranti. Sento la tecnologia correre a mille all’ora mentre una parte di umanità regredisce e un’altra parte prova a correre ancora più forte per salvare il salvabile, per creare nuove radici, radici dove i bambini siano liberi di sperimentare, radici dove i giovani si sentano sicuri di crescere, essere, volare. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

Vorrei capire come si fa, dal basso, da dove sono io, a fermare questo tsunami in corsa, che ci obbliga ad annaspare tra milioni di sirene che si dimenano per restare. Nonostante gli squali. Restare per vivere. Vivere semplicemente. Essere semplicemente. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

Vorrei avere sempre qualche cosa da dire, qualcosa di bello, di comodo, di vendibile. Ma io sento che c’è tanto lavoro da fare. A volte vorrei essere un albero, una quercia con rami enormi. A volte vorrei essere un salice piangente e accasciarmi al suolo, inerme, consapevolmente impotente. A volte vorrei essere solo un filo d’erba, sperare che mi basti. La verità è che non mi basta niente. Mi piacerebbe solo sentire che il nuovo anno sia pronto per nuove radici, radici più umane, radici più libere, radici che possano regalarci fluidità, autenticità, radici che sappiano abbracciare. Ma se devo essere completamente sincera, io, ancora, non le sento pronte. Non le sento vere. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

Sento rivoluzione, stanchezza del vecchio, sento tante menzogne decadere, sento le certezze sgretolarsi, sento il terreno che ci hanno costruito e venduto come vero, dissolversi. Sento che c’è bisogno di nuovo, di fresco, di libero, di vero. Sento tutto questo dentro, ma vorrei sentire nel corpo radici, radici che ti abbracciano, radici che ti indicano sempre la direzione più importante. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

La direzione più importante me la sussurrò un giorno all’orecchio una persona molto giovane, giovane di occhi, giovane di cuore: “L’amore universale“. Me lo disse con le lacrime sul viso, il respiro sofferente, il petto curvo, dolorante. Me lo disse con una voce che aveva bisogno di speranze. Le speranze di un adolescente. Siamo qui a costruire su pezzi di macerie una società nuova, dove tu possa volare libera, dove tu possa sentirti libero, dove tu possa essere ciò che vuoi, quando vuoi, anche quando non sai che cosa vuoi davvero. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

So che cosa prova chi non si sente un filo d’erba, chi non si accontenta, chi si sente responsabile di qualcosa di importante, di quella stessa società alla quale spesso non ti senti appartenente. Chi si sente un abisso dentro, ma non lo sa esprimere, chi si sente tanta energia ma se la vede reprimere, chi vorrebbe semplicemente essere sé stesso, senza troppi “dovresti” o “sarebbe meglio se tu facessi”, chi vorrebbe sparire e non sentire più tutti quei “dovresti”, chi vorrebbe tanto sentirsi un filo d’erba, ma non gli è concesso, non in questa vita, non in questo in tempo. Ed io, nel frattempo, non ho nulla da dire.

La linea è davvero sottile. Siamo responsabili di tutto. Siamo responsabili di niente. Siamo solo noi a giudicarlo. Di certo siamo responsabili della società che desideriamo costruire. Quella in cui vogliamo abitare. Quella in cui l’unica direzione possibile, per salvare il salvabile, per ricostruire sulle macerie, è l’amore universale.

Post Scriptum. Ringrazio Zerocalcare: ieri ho visto la tua serie. Mi hai colpito ovunque, soprattutto nel cuore. Credo che avessi bisogno di sentire la verità cruda in faccia. Come una sberla, come un pugno. La verità fa male. La verità fa bene.

Umanità a Tempo Determinato

“Ti sei mai sentita così ?”

Non vogliamo più che una donna provi disagio durante un colloquio di lavoro, in quanto donna. Neanche per un secondo.

Questo video nasce dalla collaborazione con il regista Tommaso Luzi e tocca una tematica particolarmente delicata: il mondo del lavoro e la figura della donna nel 2021.

Trovate questo e altri contenuti sulle nostre pagine social:

web: lumeperformances.com

ig: @lume_performances

TEDX

Si provano tante cose quando ti selezionano per essere speaker di un TEDX.

Ti senti grato, ma anche impaurito.

Ti senti forte, ma anche vulnerabile.

Ti senti grande, ma anche piccolo.

Ti senti responsabile.

Ti senti energico.

Ti senti tanta roba.

Ed io, sicuramente, non sono brava a scriverla qui, tutta questa roba.

Perché mi sborda da ogni dove. Perché faccio ancora fatica a crederle.

Ma se ci sarete in streaming, vi assicuro che la vostra energia mi arriverà.

Grazie TEDX CORIANO, siamo una squadra meravigliosa.

Per info 👉 https://tedxcoriano.it/

Performance: Nessun* Esclus*

Nessun* Esclus* è un progetto artistico del collettivo Truth Inside Females che affronta la tematica di genere e tutte le discriminazioni legate all’orientamento sessuale.

Il collettivo ha creato un laboratorio aperto a tutt* per approfondire e indagare insieme tutti gli stereotipi e i pregiudizi connessi a queste tematiche.

Durante le tre giornate di laboratorio il gruppo ha creato un’azione performativa collettiva che verrà portata a Fano domenica 26 settembre.

Tanti corpi abiteranno lo spazio pubblico attraverso una processione artistica che vuole essere ed è anche un gesto di attivismo politico.

Per info: http://www.truthinsidefemales.it